RIMENBRANZE GIOVANILI DI UN BUDONESE ABORIGENO:

RICORDO DI TZIU FIORINI.

Con una grande cesta di canne e vimini portata a spalla e sostenuta attraverso una fune legata tutt'attorno nella sua sommita, giornalmente percorreva a piedi la vecchia   e   lunga   via   dell'abitato   ripetendo   con   voce   stentorea   e   ritmata "l'ultimaaa       L'ultimaaa   l'ultimaaa...". Era tziu Fiorini, l'anziano ortolano del piccolo

villaggio che proponeva in vendita i suoi prodotti. Si trattava di verdure e frutta freschissime, appena colte, di cui Tziu Fiorini andava fiero e a tutti ne andava decantando con orgoglio le virtù  salutistiche.  Perché erano genuine e sane, diceva, non certo paragonabili a quelle che la gente portava da fuori e nessuno sapeva come e con cosa le avevano concimate e innaffiate. I suoi ortaggi e la sua frutta invece tutti potevano vedere come venivano coltivati, e poi bastava assaggiarli perché ognuno potesse constatare concretamente che il sapore era l'aspetto piii convincente e rassicurante delta loro genuinità.

 

Tziu Fiorini la sua frutta e la sua verdura non la vendeva solo per strada e nella sua abitazione. Anche nel suo ampio capanno, costruito con canne e arbusti fluviali in mezzo at campo coltivato, a due passi dal mare, le offriva a chi vi Si recava. Cosi egli nei mesi estivi rimaneva a disposizione dei  bagnanti, che, spesso, soprattutto al pomeriggio, net rientrare dalla spiaggia, gli facevano visita. II capanno era stato realizzato   infatti   anche   per   accogliere   i   clienti   ed   era   dotato   oltre   che dell'immancabile stadera per la pesa dei prodotti, anche di basse seggiole di ferula e di un piccolo e rudimentale tavolo di canne e arbusti

Anche i ragazzi del villaggio, dopo un intero pomeriggio trascorso a nuotare nelle acque cristalline del nostro mare, o a inseguire un pallone nella parte asciutta dello Stagno Morto, al loro rientro solevano rifocillarsi transitando net grande orto ove Tziu Fiorini Ii attendeva con il capanno ricolmo di angurie, meloni, pesche e vani altri tipi di frutta. Qui, dopo averli fatti accomodare al riparo dalla canicola sui suoi piccoli sgabelli di ferula, in rapporto all'ammontare della sonnma che i ragazzi, dopo sofferta e scrupolosa colletta, potevano esibire, Tziu Fiorini ammanniva loro una lauta  merenda con una delle sue deliziose angurie striate, o con un profumato melone giallo, ovvero con delle succose pesche appena raccolte.

II nostro ortolano tra la cura e lo smercio dei suoi ortaggi e della sua frutta aveva dunque il suo bel da fare, pur tuttavia, anche perche   sospinto   dalla necessita di far fronte ai bisogni della sua numerosa prole, riusciva a dedicare parte del suo tempo anche ad altre attivita in qualche misura produttive fra le quali prediligeva la pesca sportiva. Era infatti un appassionato ed esperto pescatore dilettante, e a questo scopo nel suo capanno conservava anche fiocine, ami, lenze, reti e perfino delle nasse che egli stesso costruiva con i giunchi che crescevano abbondanti nei vicini stagni. Non aveva pera la barca, 6 vero, perch& diceva, gli era stata portata via da una mareggiata, ma grazie alla perizia acquisita nel corso degli anni riusciva a pescare da terra utilizzando lenze e filaccioli; od anche con la fiocina che, dopo aversela fissata al braccio con una fune, lanciava con mira infallibile lungo la riva del mare, all'alba o al tramonto quando i pesci vi Si accostano in cerca di cibo. E poi c'era anche abbondanza di nnuggini nella "Custera", come la gente  chiamava la foce del   rio Salamaghe che confinava con il suo orto, ed egli verso il tramonto vi andava con la sua fiocina micidiale e sovente riusciva a procurarsi almeno la cena per la sua famiglia. Per non dire poi delle anguille che pescava abilmente con le nasse e con i lombrichi, specialmente dopo gli acquazzoni autunnali, quando il torrente ingrossandosi andava in piena e sconquassava tutto l'alveo. lnsomma, Tziu Fiorini non tralasciava nessuna opportunita che gli consentisse di portare a casa cibo e risorse per il sostentamento della sua numerosa famiglia. Con tutte queste attivita l'anziano ortolano, pur non essendo privo di problemi economici, che anzi aveva eccome, riusciva a mandare avanti dignitosamente la sua famiglia.

Per questa sua multiforme intraprendenza egli era dunque conosciuto e stimato da tutti nel villaggio, ma qualche volta, per via soprattutto della sua monotona e   noiosa attivita di propaganda dei suoi ortaggi, si esponeva all'ironia e agli sberleffi dei suoi stessi compaesani.   Come quel giorno che mentre col suo cesto a spalla   procedeva   cantilenando,   come   di   consueto,   "l'ultimaaa... l'ultimaaa...", qualcuno gli faceva eco gridando , con il suo stesso tono, "chi ti siaaa... chi ti siaaa. " e tutti i presenti a ridere e sghignazzare a lungo. Cosi pure gli capita che, un giorno d'estate, mentre con la solita voce stentorea proponeva i suoi "genuini" pomodori, "i migliori del mondo", e invitava la gente ad assaggiarli, qualcuno, dall'alto della terrazza di casa, lo centrasse ripetutamente con dei grossi pomodori che casualmente vi si trovavano per l'essiccazione, gridandogli contemporaneannente "e tu assaggia questi se ti piacciono ...". E anche allora, con suo malcelato disappunto, la gente presente rise e sghignazza   a lungo.

I ragazzi del piccolo villaggio, pure loro, conoscevano e stimavano Tziu Fiorini anche per un'altra sua dote, quella di provetto e paziente fabulatore. Perche egli conosceva e volentieri raccontava delle bellissime fate. Era consuetudine invero, soprattutto nelle lunghe e tediose serate autunno-invernali quando le tenebre accorciano maledettamente le giornate, che essi, non potendo continuare per it buio i loro giochi di strada, si  recassero in comitiva nell'abitazione di Tziu Fiorini ove venivano accolti amabilmente e invitati a sedere attorno at focolare di casa, insieme a tutta la sua bella figliolanza. Si creava cosi, at tepore dell'ampio camino, una vera platea di piccoli spettatori attenti ed ammaliati nell'ascoltare, per ore, le gesta di "Petru burrula e trampa", o le malefatte dell' "Orco del Nuraghe" , ovvero le disavventure e le imprese di tanti altri personaggi eroici o sfortunati, che Tziu Fiorini magistralmente evocava accompagnando il racconto con la mimica pit) espressiva del visa e   delle   mani.   E net   raccontare egli   si entusiasmava tanto, e tanto si immedesimava nei personaggi evocati, da   convincersi che essi non fossero solo frutto di fantasia, ma realmente esistiti e vissuti. Alto stesso modo, a forza di ripeterle, si era anche persuaso, o mostrava di esserlo, che perfino le gesta e le vicende dei suoi racconti fossero stone vere ed autentiche, non frutto di fantasiose invenzioni. Fu forse per questa ragione dunque che quella volta che raccontO la favola del gatto can gli stivali, redarguendo aspramente quanti fra i presenti mettevano in dubbio che un gatto potesse essere capace di tutte quelle imprese, indignato mostra loro it libro delta fiaba esclamando "ecco guardate: 6 tutto vero, altrimenti non lo avrebbero certo potuto scrivere anche in un libro".

 


IL CANE TOBY, UN AMICO INCOMPRESO

In anni ormai lontani, ogni famiglia, nel nostro paese, possedeva uno o più cani. Erano soprattutto cani da guardia, e, prevalentemente, venivano lasciati all’aperto, liberi o legati nei pressi della propria abitazione. Avveniva così che chiunque si avvicinasse alla casa, soprattutto nella notte, veniva da essi intercettato e accolto con vivaci latrati che avvisavano il padrone di casa della presenza di estranei. Ma vi erano anche molti cani da caccia e pure questi, specialmente durante le ore notturne, venivano lasciati all’esterno perché facessero la guardia alla casa. Il numero totale dei cani presenti nel territorio era davvero considerevole.

Anche nella nostra famiglia, costituita da appassionati e provetti cacciatori, avevamo diversi cani addestrati, o in corso di addestramento, sia per la caccia minuta che per la caccia grossa. Non tutti però erano considerati all’altezza delle aspettative, e così ogni occasione veniva colta per acquisire qualche nuovo esemplare con l’auspicio di farne un campione. Era successo così anche con un gigantesco bracco tedesco arrivato e accolto come un’autentica promessa. Pensavamo e speravamo di farne un ottimo elemento da ferma. Lo chiamammo Toby. Aveva una stazza davvero imponente: la sua altezza sfiorava i settanta centimetri ed il suo peso superava i 40 kg. Le  zampe erano gigantesche così come gigantesche , in rapporto a quelle degli altri cani, erano le dimensioni dei piedi e delle unghie. Toby, però, da subito, deludendo tutti, si palesò campione più che nello scovare la selvaggina, nella ricerca del cibo e nell’ingerirlo con avidità unica. Divorava voracemente qualsiasi cosa edibile gli capitasse a tiro ed aveva una particolare predilezione per la pastasciutta che mangiava in quantità considerevoli.

Si aggirava tutto il giorno per la casa annusando e sgraffignando tutto ciò che di commestibile gli capitava di adocchiare, oppure si sdraiava sul pavimento a dormicchiare pigramente fino all’ora dei pasti. Per questo suo atteggiamento Toby non riscuoteva grande stima fra i componenti della nostra famiglia. Neanche fra i cacciatori. Anche perché, a differenza degli altri cani, Toby non gioiva particolarmente quando vedeva qualcuno di casa preparare fucile e attrezzatura per una battuta di caccia. Al contrario drizzava repentinamente le orecchie e, con grande mio dispiacere, si metteva all’erta quando mi scorgeva in compagnia dell’inseparabile amico con cui solevo andare al mare, ovvero alle prese con maschera, pinne e fucile, in procinto di una pescata subacquea. Non appena io varcavo la soglia di casa munito di questa attrezzatura, Toby, fingendo inizialmente di cedere alle mie minacce per indurlo a restarsene a casa, quatto quatto, si metteva al mio inseguimento. E anche quando uscivo di casa furtivamente, e, giunto in solitudine nella scogliera prestabilita, mi immergevo in acqua convinto di avergliela fatta in barba, dopo qualche tempo, volgendo lo sguardo verso la riva, con gran rabbia scorgevo Toby appollaiato sullo scoglio più alto che scrutava attentamente tutte le mie mosse.

Questa presenza del cane, e la sua assistenza alle mie battute di pesca, mi infastidiva davvero molto. Non tanto per l’antipatia suscitata dai suoi conclamati difetti, quanto per due altre ragioni fondamentali :  una di natura psicologica e l’altra fisica. La prima era dovuta alla paura di espormi all’ironia degli amici e allo scherno della gente che poteva facilmente ironizzare attribuendo la presenza dell’animale alla mia presunta incapacità di discernere tra la pesca e la caccia. E dunque conoscendo la propensione agli sfottò dei vicini mi sforzavo di evitare con cura di espormi ai loro motteggi. Ma la ragione più impellente era senza dubbio la seconda. Capitava infatti che in quel periodo la pesca subacquea veniva da noi esercitata in apnea e a poche centinaia di metri dalla riva, non essendo possibile, senza l’ausilio di una imbarcazione, raggiungere le note secche più pescose, ma in mare aperto. Nuotavamo dunque per ore, a breve distanza dal bagnasciuga, in superficie, scrutando attentamente il fondale e tuffandoci continuamente per esplorare le cavità ove potevano trovar rifugio le nostre prede. Dopo diverse immersioni, spossati, sentivamo il bisogno, per rifiatare, di “fare il morto”, ossia di abbandonarci galleggiando inerti sulla superficie del mare. Era questo il nostro unico modo di riposare. Ma il mio riposo immancabilmente aveva breve durata, perché, dopo qualche istante di immobilità, puntualmente avvertivo un gran dolore alle spalle dovuto alle ferite provocate dalle pesanti unghiate di Toby. In quei momenti, forse più per l’indesiderata presenza del cane che per il male alle sanguinanti spalle, la mia rabbia montava al massimo e con poderosi colpi di fucile al muso dell’animale lo ricacciavo indietro mugolante. Sopraffatto com’ero dall’ira per essere stato beffato dal cane, non avevo allora la percezione della vera ragione che induceva Toby a questo comportamento.

Solo dopo molto tempo, ripensando a quei momenti , capii, con un senso di grande tenerezza e di gran rimorso, che la condotta di Toby era dettata esclusivamente da amore per la mia persona, tanto profondo quanto incompreso e immeritato.


L’APPROVIGIONAMENTO IDRICO DEL PASSATO

Non avevamo l’acqua corrente in casa, anzi nel nostro paese il pubblico acquedotto non c’era neppure, e l’approvvigionamento idrico familiare, svolto prevalentemente dalle donne di casa, era uno dei compiti giornalieri più faticosi.

L’acqua per gli usi igienico-sanitari (“l’ea pa impittà”) veniva estratta dal pozzo, più o meno distante dall’abitazione, di cui ogni famiglia era dotata. Erano in genere pozzi molto sterili, scavati a mano in un sottosuolo arido e poco profondo, fino a raggiungere la base della falda freatica, per lo più costituita da roccia scistosa e impermeabile. La profondità di questi pozzi raramente superava i 5/6 metri e frequentemente essa veniva raggiunta scavando nella roccia viva per diversi metri, nell’illusione di poter così pervenire a una falda più pingue. Di fatto, salvo casi molto rari, la portata di questi pozzi era appena sufficiente al soddisfacimento del fabbisogno idrico giornaliero di un ristretto numero di persone, e, in qualche raro caso, anche per irrigare gli orti di famiglia e/o per abbeverare le bestie. Appartenevano, questi pozzi, a privati ed erano quindi ad uso esclusivo delle famiglie proprietarie, ma vi era anche qualche pozzo fatto scavare dal Comune , perciò dalla gente chiamato “comunale” , e quindi ad uso collettivo. Ne ricordo due in particolare: uno sulla sponda sinistra del rio Budoni, pressappoco all’altezza dell’intersezione fra la vecchia comunale per Agrustos e lo stesso rio; l’altro sulla riva sinistra del rio “Oddhastreddu”, proprio all’incrocio con la carrareccia di Maiorca.

L’acqua attinta dai pozzi a forza di braccia , con pesanti secchi di latta (“li uppuali”) sospesi ad una fune di canapa, o, preferibilmente, di giunco, veniva versata nelle brocche di terracotta che le massaie trasportavano agilmente adagiandole sulla loro testa, con molta destrezza ed eleganza. Per gli usi domestici necessitavano molte brocche d’acqua al giorno, e quindi le andate giornaliere al pozzo erano frequenti. Ma le donne di casa, generalmente le più giovani, vi erano abituate e lo facevano volentieri, specialmente quando vi andavano in compagnia delle vicine con le quali amavano conversare e scambiare confidenze e notizie.

L’acqua dei pozzi però, nella generalità dei casi, era troppo “pesante” e indigesta, e non si riusciva proprio a berla se non per estrema necessità. Per l’uso potabile occorreva dunque approvvigionarsi ricorrendo ad altre fonti. Le famiglie che potevano vi provvedevano mandando settimanalmente il proprio carro a buoi con le damigiane di vetro alla fontanella-abbeveratoio di Badualga, collegata all’acquedotto urbano di S.Teodoro. Ma tra l’andata, la coda per il riempimento delle damigiane, lo stesso riempimento e il ritorno, occorrevano molte ore. Per questo motivo era necessario partire la mattina all’alba, dopo aver preparato il carro dalla sera precedente, e si rientrava solo nel pomeriggio inoltrato. Per chi non disponeva di mezzi propri, vi era anche chi offriva questo servizio a pagamento, con il proprio carro e il proprio giogo.

 Se capitava, per qualsiasi motivo, di finire l’acqua da bere prima del tempo, in alternativa all’acqua dei pozzi, quasi sempre salmastra, si poteva ricorrere alle due fonti fluviali (“li funtaneddi”), scavate alla buona nel subalveo del rio Budoni, appena protette con un tettuccio di frasche. Una di queste (“la funtana di l’Alziteddi”) sorgeva sulla sponda destra del torrente, all’altezza dell’odierno abitato di S.Silvestro; un’altra nella ripa sinistra, presso Berruiles (“la funtanedda di Berruili”). Ma era un’acqua che solo nelle situazioni di estrema necessità si riusciva a bere. E la gente lo sapeva benissimo e se ne lagnava. Tutti per contro lodavano e magnificavano la leggerezza e le presunte virtù anche terapeutiche dell’acqua di sorgenti presenti sì nel territorio, ma purtroppo distanti e non agevolmente raggiungibili. Erano molto celebrate “la funtana di l’Ea Cana” e “la funtana di Aresula”, nelle colline sotto “Monti Nieddu ” , le cui acque erano ritenute davvero salutari. Per non parlare poi dell’acqua cristallina e miracolosa delle sorgenti del Limbara, tanto benefica che, si assicurava, chi vi andasse malato   ne poteva rientrare guarito e in piena salute.

L’acqua da bere dalle damigiane con le quali era trasportata, veniva travasata all’occorrenza in apposite brocche di terracotta nelle quali, in assenza del frigorifero non ancora conosciuto se non per sentito nominare, si riusciva a conservarla ad una temperatura gradevole, dopo averla “infriscata” esponendo la stessa brocca all’esterno, durante la notte, sul davanzale della finestra più a Nord della casa. Per renderla frizzante, e quindi più gradita, si ricorreva alle cosiddette polveri Alberani costituite da sali effervescenti contenuti in due distinte bustine che occorreva versare, una alla volta, in una bottiglia dotata di tappo ermetico. Questa operazione, che solitamente si faceva prima di andare a tavola, era in genere affidata al componente più giovane della famiglia, e, talvolta, era anche motivo di contesa fra i ragazzi.

L’altra acqua, quella per gli usi generici di casa (“ea pa impittà”), dopo averla attinta dai pozzi e trasportata con le brocche di terracotta, veniva solitamente depositata in capaci bagnarole metalliche o in mastelli di ginepro (“li caghjini”) e conservata nella cucina-soggiorno della casa. L’acqua per la quotidiana igiene personale veniva invece predisposta in apposite anfore di ferro smaltato, o di ceramica, annesse alla “toeletta”, ossia a una sorta di treppiede metallico, o anche di legno, a due ripiani sovrapposti, dotato di catino, e, quasi sempre, anche di specchio. Queste “toelette” si trovavano in tutte le abitazioni, anche in quelle più modeste. Nelle case delle famiglie “benestanti”, però, esse erano presenti in ogni camera da letto, ed erano alquanto più sofisticate. Il ripiano superiore infatti era ribaltabile e consentiva di scaricare l’acqua sporca in una apposita secchia adagiata sul ripiano inferiore, accanto alla brocca dell’acqua pulita. Esse inoltre erano anche provviste di uno o più braccioli portasciugamani.

Per l’igiene del corpo, quando le avverse condizioni climatiche non consentivano il bagno nel mare o nei più tranquilli ristagni (“li poi”) del vicino torrente, si scaldava l’acqua sul fuoco e ci si lavava in capaci bagnarole zincate o in tinozze di legno.

Il sapone di solito si acquistava dai rivenditori ambulanti, che, trasportandole su biciclette o su bestie da soma, offrivano le loro mercanzie di casolare in casolare. Vi erano però anche alcune botteghe discretamente fornite di alimentari, tabacchi e “coloniali”, dove la gente poteva approvvigionarsi. Tra le più frequentate due erano a Berruiles (“Tziu M. Calzetta” e “Tziu B. Tedda”) e una nel centro di Budoni (“Tziu P. Demuru”). Quando poi, come nel periodo bellico e nell’immediato dopoguerra, sia i bottegai che gli ambulanti non ne disponevano, il sapone si fabbricava in casa, con la soda caustica e il grasso animale. Questo rudimentale sapone, molliccio e dall’aspetto decisamente sgradevole, veniva impiegato soprattutto per il lavaggio dei “panni”, nel vicino ruscello o nel pozzo di famiglia. Per il bucato ci si serviva di grosse pietre, opportunamente sistemate con la necessaria inclinazione, e veniva fatto a mano dalle donne di casa, o da lavandaie di mestiere. Questa attività mercenaria veniva svolta dalle donne di più umile condizione sociale ed il loro compenso, più che monetario, era quasi sempre corrisposto, o integrato, con graditissime provviste alimentari con le quali esse contribuivano dignitosamente a sfamare la propria famiglia.



IL PANE DEI NONNI

Nel nostro territorio non c’erano ancora i panifici ed il pane lo si faceva in casa. A tale fine ogni famiglia disponeva di un forno a legna realizzato in muratura: all’esterno dell’abitazione, solitamente protetto da una piccola tettoia, nell’area gallurese (“la palthi gaddhuresa”) ; all’interno della stessa abitazione , generalmente   in corrispondenza del camino, nelle case degli abitanti di lingua logudorese (“la palthi salda”). La ragione di questa diversità, non casuale, era funzionalmente legata alla tipologia del pane prodotto.

Nell’area gallurese del nostro Comune la confezione e la cottura del pane avveniva una volta alla settimana, in diversi tipi. Il tipo classico, quello più comune, era il pane a corona (“a lòlga”) , ma spesso , soprattutto nel periodo estivo, si facevano anche le “spianate”, ossia sottili focacce molto simili all’odierno pane di Ozieri. Si usava la farina ottenuta dalla molitura del proprio grano, quello appositamente conservato in grandi cassoni di legno per la provvista annuale della famiglia. Il giorno che precedeva l’andata al molino, il grano veniva steso su un tavolo e accuratamente “pulgatu”, ossia sottoposto ad accurata ripulitura dalle impurità della trebbiatura; poi, il giorno seguente, lo si faceva macinare nel vecchio molino, con le pesanti macine di granito mosse da un gigantesco motore a vapore. Il costo della macinatura, “la decima “, veniva corrisposto lasciando al molino una parte del macinato, oppure anche in contanti per chi ne disponeva.

  La farina ottenuta, prima della panificazione, veniva diligentemente setacciata dalle donne di casa, o da aiutanti mercenarie, con setacci manuali (“li siatzi”) , di vari calibri , ottenendo così, nell’ordine, la crusca (“lu brinnu”), la semola (“la simbula”) e la farina. Poteva essere farina di grano duro (di “tricu saldu”) o di grano tenero (di “tricu còssu”) e il pane che se ne ricavava aveva consistenza e fragranza differenti: soffice e profumato quello dal grano tenero; più durevole, nel senso che induriva meno rapidamente, quello dal grano duro. Qualche volta si impastava anche la semola e si ottenevano allora delle focacce (“lu chiagliu”) morbide e fragranti, ma indurivano rapidamente e forse anche per questo venivano volgarmente considerate il pane dei servi (di “iì lì tziracchi “).

Ogni tipo di pane da forno veniva fatto lievitare con lievito naturale, preparato nella precedente infornata attraverso il prelievo e la conservazione di piccole porzioni di pasta madre, delle dimensioni di una pagnottina (“la matrica”), sulle quali veniva praticata un’incisione a forma di croce. La pasta così preparata col tempo inacidiva producendo quei fermenti naturali che poi, nella panificazione successiva, venivano utilizzati appunto per far lievitare il nuovo impasto

Se, per una qualche ragione, veniva a mancare il pane da forno, nell’attesa della nuova panificazione, si rimediava con la preparazione di focacce improvvisate (“li cocchi”), che venivano cotte nel caminetto, sotto una coltre di cenere e braci. Si potevano preparare due tipi di queste focacce in relazione al tempo a disposizione. In caso di urgenza esse venivano preparate e immediatamente cotte senza lievitazione (“coccu aghjimu”); mentre se il tempo lo consentiva si facevano prima lievitare (“coccu letu”). Queste ultime, più soffici delle precedenti e più gradevoli, potevano durare più a lungo, mentre le prime indurivano rapidamente e dunque erano destinate ad un consumo immediato. Nel periodo in cui si macellava il maiale appositamente ingrassato per le provviste di casa (“lu mannali”) , si faceva anche un delizioso tipo di pane con i ciccioli (“ghjelda”), ossia con i residui ottenuti con lo scioglimento delle sugne per la preparazione dello strutto (“pani e ghjelda”) .

L’usanza dei “cocchi” (“sos coccos”) era meno frequente nella parte sud del bostro territorio, di lingua logudorese (“la palthi salda”) , perché abitualmente vi si cuoceva un tipo di pane di lunga durata, “su pane fresa”. La lavorazione di questo genere di pane, in altre zone dell’Isola chiamato anche “pane carasau”, è oggi praticata quasi esclusivamente da panificatori professionali, perché é molto faticosa, necessita di attrezzature particolari, e, soprattutto, richiede l’impegno contemporaneo di più persone, per almeno due giornate. Perciò, quando il numero delle donne di casa non era sufficiente , si usava scambiarsi vicendevolmente aiuto con i vicini o con i parenti[1]. Le operazioni iniziavano di buon mattino con la preparazione dell’impasto madre da cui si ricavavano sottili spianate circolari che, inserite in lunghissimi teli di lino ripiegati a libro, si lasciavano lievitare nella notte. Il mattino seguente, prestissimo, spesso prima dell’alba, le operazioni venivano riprese. Le addette, rigorosamente rivestite con lindi grembiuli e con i capelli ricoperti con ampi fazzoletti annodati dietro la nuca, si muovevano concordi e gaie, in un clima di gioiosa festa, organizzate e laboriose. Ognuna svolgeva il proprio compito con diligenza e maestria, raccontando allegramente le proprie vicende e commentando quelle altrui. Una delle donne più esperte, seduta su una bassa seggiola davanti al forno, dopo averne attentamente ripulito dalle braci la base, manovrando agilmente una larga pala vi depositava le tenere spianate già lievitate, e, dopo pochissimi minuti, con movimenti rapidi e rituali, le ritraeva una alla volta, deponendole già cotte e belle rigonfie, sopra un basso tavolo ove altre mani, altrettanto esperte e rituali, le aprivano dividendole orizzontalmente in due sottili metà. Il pane così ottenuto (“pane lentu”) poteva già essere consumato, ed era anzi così apprezzato che, tenero e tiepido com’era, all’occorrenza, veniva arrotolato ed offerto ai bambini presenti.

 Ma il lavoro delle donne non finiva qui, perché il “pane lentu” era sì buono e gradevole, ma anche poco pratico, perché dopo poco tempo induriva diventando immangiabile. E poi, per l’alto tasso di umidità contenuta, a lungo andare poteva anche ammuffire. Dunque non era adatto a una lunga conservazione. Per tale ragione esso veniva reintrodotto nel forno e biscottato (“carasau”) ottenendo delle sfoglie dorate e croccanti, capaci di durare sempre fresche e aulenti anche diversi mesi.

Questo pane fresa, o pane carasau, consumato bello croccante nello stato in cui viene conservato, scricchiola rumorosamente sotto i denti e per questo motivo, ed anche per la sua sottigliezza, veniva e viene scherzosamente chiamato anche “carta da musica” . Però se lo si bagna con l’acqua, esso, pur conservando intatta la sua fragranza, diventa morbido e soffice. Inoltre con questo tipo di pane si può creare un piatto semplicissimo e assai appetitoso. Si tratta del celebre “pane frattau” che si può preparare in pochissimi minuti avendo a disposizione del sugo di pomodoro, del pecorino grattugiato (”frattau”) e un uovo per ogni commensale. Occorre bagnare in acqua bollente delle sfoglie di pane carasau opportunamente ridotte di dimensione , che, così ammorbidite, vengono stese direttamente nei singoli piatti, cosparse di sugo e di formaggio grattugiato e infine coronate , in ogni piatto, con un uovo in camicia .